venerdì, luglio 22, 2005

Bacardi: storia di pirateria e terrorismo

a cura dell’Arci di Pisa

luglio 2005

La storia del clan Bacardi è storia di successi economici perseguiti senza scrupoli e senza alcun interesse per le ricadute sull’economia nazionale del paese d’origine (Cuba) delle sue scelte imprenditoriali. Niente di particolarmente “atipico” nel modello capitalistico, quindi. Ma dal 1960 (in seguito alla politica di nazionalizzazione delle imprese operate a Cuba dal nuovo governo) comincia una storia molto più scandalosa: il fiancheggiamento, l’organizzazione ed il finanziamento di gran parte del terrorismo che ha insanguinato Cuba e non solo. Ecco, in sintesi, l’ingloriosa cronologia.



Un documento USA, desecretato nel 1998, attesta che un complotto per assassinare Castro e Guevara (1964) coinvolgeva elementi della mafia statunitense ed era finanziato per una somma di 100.000 $ da Pepìn Bosch, della Bacardi. La RECE tentò di stabilire contatti con vari governi latino americani, alla ricerca di legittimazione politica: dai militari golpisti in Brasile (1964) fino al Cile di Pinochet che venne decorato della Medaglia della Libertà da parte dell’Associazione dei Veterani della Baia dei Porci. Il dittatore ebbe modo di contraccambiare stabilendo particolari relazioni con alcuni dei terroristi cubani oltre che fornendo armi, copertura, addestramento, esplosivi. Fra i suoi beneficiati anche il noto terrorista Orlando Bosch, appartenente alla RECE, cui Pinochet affida il compito di consigliere della polizia politica cilena.

Ottobre 1976: esplode un aereo della Cubana de Aviaciòn (73 morti), imbottito di dinamite da Orlando Bosch e Luis Posada Carriles (uomini della RECE), poi arrestati, processati e incarcerati dalla magistratura venezuelana.

1981: nasce ufficialmente la FNCA, Fondazione Nazionale Cubano-Americana, dietro impulso dell’Amministrazione Reagan e ad opera di vari dirigenti e azionisti della Bacardi (insieme a emissari della CIA). La FNCA nasce per ripulire l’immagine dei controrivoIuzionari cubani dalla cattiva fama causata dall’attività terroristica e dalle relazioni con il traffico di droga: si costituisce infatti come associazione senza fini di lucro, esente da imposte, con motivazioni “scientifiche, educative e caritatevoli”. Il suo primo presidente è un ex membro dell’organizzazione terrorista Abdala (Frank Calzon). Vari azionisti della Bacardi sono nel Consiglio direttivo della FNCA, dove esercitano un gran potere. Nessun altro nucleo imprenditoriale o clan familiare ha mai avuto una rappresentanza così larga, costante e determinante all’interno di questa formazione dell’estrema destra. Dunque questi stessi azionisti sono fra i maggiori responsabili e complici delle attività legali e di quelle clandestine svolte dal 1981 in poi dalla FNCA. Tra gli altri ricordiamo Pepìn Bosch (già più volte citato) che, anche dopo aver lasciato la presidenza della Bacardi (1976), ha continuato ad occupare il suo posto eminente nella FNCA fino alla morte (1994).

“Guerra sporca” contro il governo sandinista del Nicaragua: la FNCA ha un ruolo determinante e orgogliosamente rivendicato: “la nostra attiva partecipazione nel conflitto centro-americano… riguarda tutta una gamma di attività…” (comunicato a pagamento su EI Miami Herald del 20 maggio 1986).

Nasce “Hermanos al rescate” con il caritatevole fine dichiarato di rilevare con speciali voli aerei le imbarcazioni di fortuna cubane nello stretto della Florida: il fondatore è il cubano-statunitense Jose Basulto, mercenario nell’invasione della Baia dei Porci, uomo della CIA e della Contras nicaraguense.

Scandalo Iran-Contrasgate: è totalmente coinvolto Posada Carriles, il terrorista evaso dal carcere venezuelano dove scontava la pena per aver fatto esplodere un aereo cubano: per l’organizzazione della sua evasione si dovettero sborsare 28.600 $, raccolti dai dirigenti della FNCA. In EI Salvador, dove teneva la sua base, riceveva mensilmente denaro dalla FNCA, come egli stesso dichiara in un’intervista. Potevano gli azionisti della Bacardi, potentemente presenti nella direzione della stessa FNCA, ignorare che la loro organizzazione finanziava un evaso, noto terrorista?

Guerra civile in Angola: ritroviamo l’impegno della FNCA e di Bacardi in primo piano. Il ruolo assegnato loro dalla politica estera USA fu quello di collaborare al successo dell’immagine costruita a tavolino per la UNITA di Savimbi e di organizzare e sostenere economicamente i comitati di appoggio (centinaia di migliaia di dollari, in gran parte sborsati dal magnate della Bacardi, Pepìn Bosch). Anche qui, “l’autodenuncia” della FNCA, e degli azionisti Bacardi in essa militanti, è chiara: “i nostri legami con Savimbi e con I’UNITA, la sua visita negli USA e l’aiuto materiale che oggi sta ricevendo da questo paese, dimostrano l’efficacia dell’attività svolta dalla FNCA per informare e educare in modo adeguato l’opinione pubblica statunitense” (annuncio pubblicato dal Miami Herald del 20 maggio 1986).

1991: la FNCA s’incontra con il Ministro degli Esteri della Russia, da cui ottiene l’impegno a ridurre le relazioni con Cuba. La riunione, ripresa ampiamente da stampa e televisioni, si conclude con brindisi, mentre troneggia in bella vista davanti alle telecamere una cassa di Bacardi. Un documento inviato a tutti i dirigenti della FNCA, in cui si traccia la linea d’azione a fronte dell’inevitabile, vicina caduta del governo a Cuba, conclude con una perentoria dichiarazione: “Non tremeremo davanti a niente e nessuno, non lo desideriamo ma se deve scorrere il sangue, scorrerà”. Nel direttivo della FNCA si trovavano, fra gli altri, Jose Bacardi, Manuel Cutillas, Clara Maria Del Valle, tutti azionisti e dirigenti della Bacardi.

Al momento della crisi de “los balseros” (emigrazione di cubani senza visto d’ingresso verso la Florida, attirati da una legge USA che offre ai cubani, ed esclusivamente a loro, la residenza negli USA qualora riescano a toccarne il suolo in qualsiasi modo), Clinton accetta il colloquio con il governo cubano. Per protesta la FNCA organizza uno “sciopero patriottico”, rivendica tolleranza verso le azioni militari compiute contro Cuba e l’abbandono dell’impegno assunto con la ex URSS di non invadere l’isola. Alla convocazione dello sciopero, l’assistente del presidente di Bacardi Imports (Rodolfo Ruiz) dichiara: “sosterremo qualsiasi azione risultasse necessaria”. Migliaia di manifestanti vengono trasportati da Miami a Washington e anche la neo-costituita Bacardi-Martini collabora mettendo a disposizione alcuni autobus. Nasce  l’organizzazione “Hermanos al rescate” con il caritatevole fine dichiarato di rilevare con speciali voli aerei le imbarcazioni di fortuna cubane nello stretto della Florida: il fondatore è il cubano-statunitense Jose Basulto, mercenario nell’invasione della Baia dei Porci, uomo della CIA e della Contras nicaraguense. Bacardi patrocina una grande raccolta di fondi in suo aiuto (72.937 $) cui aderisce tra gli altri anche la cantante di salsa Gloria Estefan (figlia di una guardia del corpo di Batista) e suo marito, appartenenti entrambi al clan Bacardi.

1992: il senatore Robert Torricelli, la cui campagna elettorale era stata finanziata dalla FNCA, sottoscrive la prima legge di inasprimento delle misure già vigenti di blocco a Cuba, legge che proibisce alle sussidiarie degli USA, in qualsiasi parte del mondo, di acquistare, vendere e investire a Cuba, e che sarà fonte del primo serio contrasto fra Usa da un lato e Unione Europea e Canada dall’altro.

1996: una seconda legge, che porta il nome dei senatori Helms e Burton, vecchie conoscenze della FNCA, delinea il processo “di transizione” verso la democrazia a Cuba, condizione per arrivare ad un accordo con il governo cubano, cui non dovrebbero più partecipare né Fidel né Raul Castro, in quanto la legge lo PROIBISCE (!!). Prevede assurdamente il diritto per gli antichi proprietari a Cuba di terre, imprese e case, cittadini statunitensi o naturalizzati, di citare in giudizio qualsiasi imprenditore di qualsiasi paese che “traffichi” con queste proprietà. Come vedremo poi, la legge Helms-Burton pare fatta apposta per il clan Bacardi… e infatti nel Congresso USA il nomignolo affibbiatole era proprio “Progetto di Legge Bacardi”.

Dal 1990 la FNCA crea una sezione paramilitare che riunisce mercenari con lunga storia di aggressioni a Cuba alle spalle. Si susseguono attentati contro cabaret e hotel, avvelenamento di capi bovini, incendio di campi di canna da zucchero, sbarchi armati con assassinio di militari e pescatori incontrati casualmente… Vengono più volte bloccati carichi di esplosivo che si cercava d’introdurre nell’Isola.

1997: la FNCA organizza e finanzia (attraverso il terrorista Posada Carriles) una serie di attentati a hotel e ristoranti della capitale cubana, con l’obbiettivo di stroncare l’industria del turismo e di conseguenza togliere all’economia dell’isola una fonte di introito di valuta divenuta importante. Molti ordigni vengono scoperti e disattivati in tempo utile, ma fra le esplosioni comunque prodottesi la più drammatica è quella in cui perde la vita un giovane turista italiano (Fabio Di Celmo) ed altri restano feriti. Il commento di Posada Carriles, riportato in un’intervista, fu che “l’italiano si trovava nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato”. A quella data, lo ricordiamo, Bacardi già aveva acquisito Martini&Rossi, impresa italiana. L’assassinio di un italiano non fu però motivo in Italia di spiegazione e approfondimento degli obbiettivi del terrorismo, di denuncia degli autori e dei finanziatori di questa ondata di bombe e di tutti gli altri attentati compiuti e sventati negli anni precedenti. La FNCA rese pubblico un proclama in appoggio alla campagna di bombe del 1997: la firma apposta in calce era di Clara Maria Del Valle (figlia di un mercenario dello sbarco alla Baia dei Porci), vicepresidente della FNCA e azionista della Bacardi.

Acquisto, seguito in prima persona da Pepìn Bosch (all’epoca capo della Bacardi), di un vecchio B-26 che avrebbe dovuto bombardare le raffinerie di petrolio cubano, operazione fallita solo per uno scoop del New York Times. Con il compito dichiarato di preparare un secondo sbarco a Cuba, Pepin Bosch promuove nel 1964 l’organizzazione della “Rappresentanza Cubana dell’Esilio” (RECE) il cui capo militare designato era un ex ufficiale dell’esercito di Batista, uomo della CIA, nonché vice comandante della spedizione della Baia dei Porci. Come scrive l’insospettabile Alvaro Vargas Llosa nel libro “L’esilio indomabile”, commissionatogli nel 1998 dalla FNCA (Fondazione Nazionale Cubano-americana, fondata nel 1981), Bacardi finanziava la RECE con 10.000 $ al mese e versava ad ognuno dei suoi sei dirigenti uno “stipendio” mensile di 600 $. Per lungo tempo fu capo delle operazioni di aggressione della RECE Luis Posada Carriles, uno dei più sanguinari terroristi del mondo occidentale, arrestato a Panama (novembre 2000), dove stava preparando un attentato a Fidel Castro. L’autorità che ispirava Pepìn Bosch, in quanto rappresentante della prestigiosa Bacardi, fu di grande aiuto nell’impresa di unificare i vari gruppuscoli controrivoluzionari: a partire da quest’unità d’azione “prese il via un movimento di infiltrazioni e attacchi armati all’Isola… Avevano barche, scafi rapidi di 25 piedi…”.

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giovedì, luglio 21, 2005
 

La dichiarazione di voto di Armando Cossutta

Camera dei Deputati

Roma 21 luglio 2005

Signor Presidente, onorevoli colleghi, noi ribadiamo la nostra opposizione alla guerra ed il nostro «no» al rifinanziamento della presenza militare italiana in Iraq. Insistere nel mantenere in quel paese i nostri soldati, signori del Governo, è un errore grave ed imperdonabile.



È cosa grave per i soldati italiani, che rischiano ogni giorno la loro vita in un'operazione di guerra - di guerra, ripeto -, e in una guerra immotivata, unilaterale ed imperiale. È grave per il nostro paese, che, rendendosi compartecipe e corresponsabile nell'occupazione straniera di quel territorio, è sempre più esposto all'ostilità dei paesi e dei popoli dell'intero Islam. È grave rispetto alla situazione generale, a livello internazionale, perché, con la permanenza in Iraq, l'Italia contribuisce, oggettivamente e direttamente, a tenere acceso, anziché spegnere, un conflitto crudele.
Voi, invece, insistete. La vostra retorica militarista è cinica ed irresponsabile. Noi, e non voi, signori del Governo, vogliamo veramente lavorare per la pace in Iraq. Ma la pace in Iraq sarà possibile soltanto quando finirà l'occupazione delle armate americane, presenti in quel paese ormai da tanto tempo.  La guerra non è finita con l'occupazione militare di Baghdad da parte delle truppe americane, ma è cominciata allora, si è intensificata di mese in mese e si è tragicamente imbarbarita. Lo sanno tutti che questa guerra sta diventando inarrestabile: è una guerra che continuerà e che si sta trasformando, ormai, in un conflitto che è, nello stesso tempo, guerra per l'indipendenza del proprio paese e guerra civile.
Sono di questi giorni le notizie sui gravi e laceranti contrasti all'interno di tale società: sciiti, sunniti e curdi sono divisi più di prima, gli uni contro gli altri; la presenza delle truppe di occupazione americane non favorisce la loro intesa, ma esaspera i loro contrasti. Ripeto, lo sanno tutti.
Voi dite: ma possiamo lasciare quel popolo al suo destino? Certo che no, ma con la guerra preventiva - una guerra divenuta ormai permanente - non lo aiutiamo a conquistare pace e libertà. Soltanto con il ritiro delle truppe che hanno occupato quel paese, che hanno martoriato quel popolo, si può aprire una prospettiva di sicurezza, che non è né semplice, né facile, ma è l'unica via da percorrere. Certo, per garantire sicurezza ci vorrà anche la presenza di forze in grado di contribuire a garantire tale sicurezza, ma non con le forze che attualmente occupano l'Iraq, bensì con altre forze: ci sono, sono disponibili, sono presenti in altre parti del mondo; non con le truppe americane o con quelle dei paesi che, con gli americani, hanno occupato militarmente l'Iraq. Affinché si possa verificare una nuova condizione per quel paese, occorre che si dichiari di porre fine all'occupazione e lo si dichiari subito. È questo che noi chiediamo. Domandiamo di far sì che si possa immediatamente operare per costruire una nuova realtà.
Non ci si venga a dire, ancora una volta, che dobbiamo rimanere in tale area per contribuire a combattere il terrorismo. Lo abbiamo ripetuto e lo ripetiamo: il terrorismo va combattuto e va combattuto strenuamente, senza incertezze. Noi non abbiamo dubbi su ciò. Ma il terrorismo non lo si vince con la guerra. La guerra - lo abbiamo constatato - lo favorisce, lo amplifica, lo estende. È la verità e, lo ripeto ancora, lo sanno tutti. Per questo abbiamo presentato i nostri emendamenti nella seduta di ieri, con i quali abbiamo chiesto che l'Italia contribuisca, con il proprio atteggiamento e con il proprio rifiuto a continuare la sua permanenza nel territorio iracheno, a porre fine all'occupazione, alla fine di una guerra, quindi, che soltanto nell'occupazione trova la sua ragione e - purtroppo - la sua orrenda motivazione. Con i nostri emendamenti, abbiamo deciso di chiedere, e abbiamo chiesto, l'immediato ritiro delle nostre truppe. Ne ha parlato ieri, con grande efficacia, il segretario del nostro partito, Oliviero Diliberto, e lo ripetiamo oggi. Ma voi, signori del Governo, non volete e non sapete rispondere a tale nostra richiesta.
Le opposizioni, oggi, tutte insieme, voteranno «no» al rifinanziamento della missione militare. Lo facciamo sapendo che tra di noi vi sono valutazioni, analisi, opinioni ed anche proposte diverse, ma siamo uniti - profondamente e sinceramente - grazie, in particolare, alla mediazione di Romano Prodi, per sostenere con forza la nostra opposizione alla guerra ed il nostro «no» alla presenza militare in Iraq dei soldati italiani.
Noi comunisti chiediamo un ritiro immediato. Lo abbiamo chiesto e siamo lieti che su tale nostra proposta altre forze della sinistra abbiano voluto aggiungere i loro voti ed i loro consensi. Lo abbiamo chiesto, purtroppo, da soli, ma lo abbiamo fatto con grande determinazione e consapevolezza, perché la necessità è immediata, non può essere diluita nel tempo. È una decisione politica. Non è una decisione tecnica. Non è una decisione militare. È, lo ripeto, una scelta politica. È per questo che noi abbiamo insistito ed insistiamo per il ritiro immediato. Lo facciamo con senso preciso delle nostre responsabilità, in corrispondenza con la nostra consapevolezza e coscienza degli interessi nazionali, per una dedizione profonda, antica e permanente alla causa della pace e della libertà.
L'interesse del popolo italiano, l'interesse del popolo iracheno, l'interesse del mondo, è oggi quello di venire via di lì. Lo hanno fatto altri paesi importanti, lo stanno decidendo altri paesi ancora; e noi no, signori del Governo? Ma fino a quando? Fino alla fine non saremo capaci di liberarci dal vassallaggio nei confronti degli Stati Uniti d'America?
Signori del Governo, non saprete mai guardare con lucidità, con chiarezza, con fermezza e con consapevolezza nazionale, non dico alla necessità di un rapporto amichevole con gli Stati Uniti (ci mancherebbe altro: questa amicizia è un fatto reale della nostra politica!), ma di guardare, in primo luogo, ai bisogni, alle esigenze della vita, del bene, del futuro dell'Italia, che coincide, in questo momento, con una decisione che proponiamo e riteniamo indispensabile ed immediata per il ritiro dei nostri soldati.
In questo modo, coerente e chiaro, possiamo contribuire, meglio che in altro modo, a cercare di garantire sicurezza, libertà e pace al popolo iracheno.

postato da DUCAERCOLE | 15:44 | commenti


mercoledì, luglio 20, 2005

Non so se sarà un due di picche o meno, ma sto MAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAALE!

Che figata :-)

postato da DUCAERCOLE | 02:51 | commenti

chi sono

Per rispondere a chi dice che in Italia non ci sono più IO SONO UN COMUNISTA

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